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Secondo la tradizione, il patriarca Abramo condusse Agar e il loro figlio
Ismaele (su di loro sia la Pace) verso l’interno dell’immenso deserto a nord
della penisola Araba, in una desolata valle a sud della terra di Canaan. Vennero
presi dalla sete e Agar, temendo per la vita del bambino, salì su una roccia per
vedere se vi fosse qualcuno che poteva aiutarli. Non vedendo nessuno corse verso
un altura, anche questa volta senza esito. In preda al panico, la donna corse
sette volte da un punto all'altro, finché alla fine della settima corsa,
stremata, sedette a riposare su una roccia. Apparve l’angelo, che le ordinò di
alzarsi e di sollevare il fanciullo. Le annunciò che Dio avrebbe creato, per
mezzo di Ismaele, una grande nazione. Quando riaprì gli occhi, Agar vide una
sorgente d’acqua scaturire dalla sabbia proprio nel punto in cui in tallone del
bambino aveva premuto il terreno.
Da allora la valle divenne luogo di sosta per le carovane che percorrevano il
deserto, poiché l’acqua era buona e abbondante: il pozzo prese il nome di Zamzam.
Un giorno Abramo fece visita al figlio e Dio gli mostrò il punto esatto, vicina
al pozzo, sul quale lui e Ismaele dovevano edificare un santuario. Spiegò loro
come doveva essere costruito: il nome dell’edificio, derivato dalla sua forma,
sarebbe stato Ka’bah, ovvero cubo. I quattro angoli dovevano essere orientati
secondo i punti cardinali, e in quello orientale doveva essere collocata
l'oggetto più santo: una pietra d'origine celeste e di colore nero. II grande
pellegrinaggio alla Mecca, così come venne istituito da Abramo, doveva avere
luogo una volta l’anno, ma altri minori potevano essere compiuti in qualsiasi
momento. In numero sempre crescente, da tutte le patti dell'Arabia e da altri
paesi, i pellegrini iniziarano il loro afflusso alla Mecca.
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Quando l’edificio della Ka’bah
fu completato, Dio comandò ad Abramo di istituire il rito del pellegrinaggio
alla Mecca: "Purifica la Mia Casa per coloro che vi compiono circumambulazione,
si fermano in piedi vicino ad essa e si inchinano e fanno le prostrazioni.
E proclama agli uomini il pellegrinaggio, in modo che essi possano venire a te
su snelli cammelli, da ogni profonda vallata" (Corano XXII, vv. 26-27).
Con il passare dei secoli, e per vari motivi, la purezza del culto al Dio unico
andò perdendosi. Anche il pozzo di Zamzam fu soppresso.
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Adiacente
al lato nordoccidentale della Ka’bah c’è un piccolo spiazzo detto Hijr Ismà’il,
perché sotto le pietre che lo pavimentano si trovano le tombe di Ismaele e Agar.
Una notte ‘Abd al-Muttalib, mentre dormiva in quel luogo, come amava fare per
essere più vicino possibile alla Casa di Dio, ebbe la visione di una figura che
gli ordinava di scavare il pozzo di Zamzam, dopo avergli dato le indicazioni per
trovarlo. Con il ritrovamento del pozzo venne alla luce anche il tesoro sepolto
sotto la sabbia. Con abilità e coraggio ‘Abd al-Muttalib riuscì a scongiurare lo
scontro tra i clan. Da allora fu stabilito che fosse il clan di Hàshim a
prendere in custodia il pozzo di Zamzam.
Diretti responsabili furono i membri della tribù di Giurhum, proveniente dalla
Yemen. I Giurhum si erano assicurati il controllo della Mecca, e i discendenti
di Abramo lo avevano tollerato, perché una moglie di Ismaele apparteneva a
quella tribù. Ma venne un tempo in cui i Giurhum cominciarono a commettere ogni
sorta di iniquità, tanto da finire cacciati dalla città. Prima di partire,
riempirono il pozzo con parte del tesoro del Santuario e lo coprirono di sabbia.
Dopo di loro, divennero Signori della Mecca i Khuza’ah, una tribù araba
discendente da Ismaele, emigrata nello Yemen e poi ritornata nel nord. Costoro
non fecero nessun tentativo per ritrovare il pozzo, e posero l’idolo siriano
Hubal all’interno della Ka’bah.
Nel IV secolo d.C. circa, un uomo di nome Qusay, membro della tribù araba
Quraysh, discendente da Abramo, sposò la figlia del capo dei Khuza’ah. Alla
morte del suocero, Qusay governò la Mecca e divenne il custode della Ka’bah.
Ebbe quattro figli. Nonostante il più importante e onorato, già mentre il padre
era in vita, fosse ‘Abdu Manaf, il padre gli preferì come successore il meno
capace primogenito ‘Abd ad-Dat.
Lo scontro si verificò nella generazione successiva, quando una metà dei Quraysh
si raccolse attorno al figlio di ‘Abdu Manàf, Hashim, che era senza dubbio
l’uomo più degno del tempo. La violenza era tassativamente proibita, non solo
nell’area del Santuario ma anche in un raggio di molti chilometri intorno alla
Mecca. Si arrivò dunque a un compromesso tra le due fazioni: fu convenuto che i
figli di ‘Abdu Manaf mantenessero il diritto di esigere le tasse e di provvedere
i pellegrini di cibo e bevande, mentre i figli di ‘Abd ad-Dàr avrebbero
continuato a tenere le chiavi della Ka’bah e gli altri diritti. Lungo la via
delle carovane e a circa undici giorni di cammello a nord della Mecca si trovava
l’oasi di Yathrib, abitata da tribù di ebrei, ma sotto il controllo di una tribù
araba proveniente dal sud. Questa tribù successivamente si divise in due clan,
Aws e Khazraj, in lotta tra loro. Hashim chiese la mano della donna più
influente dei Khazraj ed ebbe da lei un figlio, ‘Abd al-Muttalib, che fin da
giovane mostrò di possedere doti di condottiero. E infatti, alla morte dello zio,
a lui venne conferito il compito di nutrire e dissetare i pellegrini. ‘Abd al-Muttalib
era rispettato dai Quraysh per il suo coraggio, e per le doti di affidabilità,
generosità e saggezza. Gli mancava però qualcosa di molto importante per la
società araba: i figli. ‘Abd al-Muttalib pregò Dio di favorirlo mandandogli
figli, e aggiunse alla preghiera il voto che, se fosse stato benedetto con dieci
figli, avrebbe sacrificato uno di essi alla Ka’bah. La preghiera venne esaudita,
e quando i figli raggiunsero l’età adulta, il padre li radunò e disse loro del
patto con Dio, pregandoli di aiutarlo a mantenere l’impegno preso; li condusse
al Santuario dove ognuno di loro consegnò la propria freccia perché fosse
giocata a sorte. uscì la freccia del più giovane e più amato ‘Abd Allah. Le
proteste delle donne della famiglia convinsero ‘Abd al-Muttalib a consultare una
saggia donna della sua città natale, Yathrib. Poiché il riscatto di un uomo
stabilito alla Mecca era di dieci cammelli, la donna consigliò di gettare le
sorti tra il ragazzo e dieci cammelli. Solo la decima volta la freccia cadde
verso i cammelli: al posto del ragazzo si dovettero dunque sacrificare cento
cammelli. Quella era la volontà di Dio, e ‘Abd Allah fu salvo. Il padre decise
allora di dargli moglie e fu scelta una nipote di Qusay, la bella Amina, figlia
di Wahab. Il matrimonio si celebrò nel 569, anno che precedette quello
conosciuto come "l’anno dell’Elefante".
Nascita di Muhammad (S.a.s.). Nel 570, ‘Abd Allah fu assente dalla Mecca, poiché
si era recato a commerciare in Palestina e in Siria. Sulla via del ritorno, si
fermò presso la famiglia della nonna, a Yathrib, e 11 cadde ammalato e in pochi
giorni morì. Grande fu il dolore di tutta La Mecca, e l’unica consolazione del
padre di ‘Abd Allah e della moglie Amina fu il bimbo nato alcune settimane dopo
la morte del padre. Al neonato, subito portato dal nonno al Santuario e nella
Casa di Dio per innalzare una preghiera di ringraziamento, fu dato il nome di
Muhammad (S.a.s.).
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Nel
570 lo Yemen era sotto la dominazione abissina, e un abissino di nome Abrahah ne
era il vicereggente. Il suo obiettivo era soppiantare La Mecca quale più
importante centro di pellegrinaggio, e per questo scopo fece costruire una
grande cattedrale a San’à. Questo suscitò l’ira delle tribù arabe e un membro di
una tribù affine ai Quraysh decise di profanare la chiesa.
La conseguenza fu che Abrahah, infuriato per questo gesto, giurò di radere al
suolo la Ka’bah. A tal fine preparò un grande esercito, alla testa del quale
mise un elefante, Fu solo un miracolo divino a salvare la Ka’bah dalla
distruzione e l’esercito di Abrahah si ritirò, sconfitto da stormi di uccelli
mandati da Dio per colpire l’armata con pietre sterminatrici. Pochi erano gli
Arabi che sapevano leggere, ma il desiderio delle famiglie nobili era che i loro
figli imparassero a parlare la lingua araba pura. L’eloquenza e la bellezza del
discorso erano considerati una virtù e i meriti di un uomo in gran parte erano
dovuti alle sue doti di poeta e alla perfezione della sua poesia. La tribù dei
Quraysh, recentemente adattata alla vita sedentaria, era incline ad affidare i
propri figli a nutrici beduine, che li allevavano alla sana vita del deserto. Il
piccolo Muhammad (S.a.s.) fu affidato a una donna di nome Halimah, che aveva il
compito di allattarlo e di farlo crescere all’aria aperta, nei grandi spazi del
deserto, con la libertà per l’anima che questo offre. Il bimbo visse nel deserto
per tre anni.
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Quando Muhammad aveva tre anni,
accadde un episodio molto significativo, che contribuì alla purificazione del
suo spirito. Mentre stava giocando con il fratello di latte dietro le tende, si
presentarono due uomini vestiti di bianco che recavano un bacile d’oro pieno di
neve. Presero il bimbo e lo distesero a terra, gli aprirono il petto e con le
mani gli estrassero il cuore. Tolsero un piccolo grumo nero, che buttarono via.
Poi lavarono il cuore e il petto del bambino con la neve e lo lasciarono andare.
Il racconto del fratellino che aveva assistito all’episodio allarmò la nutrice,
che decise di riportare subito Muhammad alla sua famiglia per timore che gli
potesse capitare qualcosa di grave.
Quando ebbe sei anni la madre volle portarlo a conoscere i parenti di Yathrib.
Durante il viaggio la donna si ammalò e morì in pochi giorni. Il nonno si prese
cura del bimbo rimasto orfano, riversando su di lui tutto l’amore che aveva per
il figlio morto. Due anni più tardi, sul letto di morte, affidò Muhammad (S.a.s.)
ad Abu Talib, fratello del padre del ragazzo, che non fu meno affettuoso e
premuroso del vecchio ‘Abd al-Muttalib.
Abu Tàlib aveva tanti figli ed era povero, e perciò il nipote si sentì obbligato
a contribuire al proprio sostentamento, portando al pascolo pecore e capre:
passava così molto tempo in solitudine, tra le colline sopra la Mecca.
Qualche volta lo zio lo portava con sé nei suoi viaggi; all’età di dieci anni
circa, Muhammad (S.a.s.) partì insieme allo zio con una carovana di mercanti
diretta in Siria. A Bostra, sulla via delle carovane dirette alla Mecca,
incontrarono un monaco cristiano di nome Bahira, che conosceva la predizione di
antichi manoscritti sulla venuta di un profeta per gli Arabi. Non appena vide il
ragazzo ed ebbe osservato bene il suo viso, il monaco capi che quello era il
profeta atteso e lo comunicò allo zio, chiedendogli di mantenere il segreto.
Il giovane Muhammad. All’età di venticinque anni Muhammad era di statura media,
di corporatura snella, con larghe spalle; i capelli e la barba erano folti, neri
e leggermente ondulati. Aveva la pelle chiara, la fronte ampia. Gli occhi, con
un largo taglio ovale e ciglia lunghe e folte, erano neri secondo alcune
descrizioni, castani secondo altre.
Muhammad (S.a.s.) rimase celibe più a lungo di quanto fosse solito nella società
araba, a causa della sua povertà. Allora usava sposarsi tra cugini e il giovane
invano chiese allo zio la mano della cugina Umm Hàni, che fu data in sposa ad un
altro cugino per motivi economici e di alleanze tra i clan. Tra i più ricchi
mercanti della Mecca c’era anche una donna, Khadijah, del potente clan degli
Asad e lontana cugina dei figli di Hàshim. Dalla morte del secondo marito, era
solita assumere uomini che commerciassero per lei. Khadijah aveva già sentito
parlare di Muhammad (S.a.s.), che nella città di Mecca godeva la fama di al-Amin,
"il fidato, l'onesto". Un giorno Khadijah gli affidò l’incarico di portare
alcune merci in Siria. Al ritorno dal viaggio Muhammad (S.a.s.) si recò
personalmente a casa di Khadijah con le mercanzie che aveva acquistato in Siria
e col ricavato delle vendite.
Khadijah era una bella donna, anche se più vecchia di Muhammad (S.a.s.) di circa
quindici anni. Il guadagno non sembrò interessarla quanto il fascino del giovane
stesso: in breve, mandò un’amica a combinare il matrimonio. Il giorno delle
nozze la moglie donò al marito uno dei suoi schiavi, un giovane di quindici anni
di nome Zayd, che divenne figlio adottivo di Muhammad (S.a.s.). All’età di
trentacinque anni, per sollevare lo zio dalle difficoltà economiche, Muhammad (S.a.s.)
accolse il cugino ‘Ali nella sua casa. In quell’anno i Quraysh decisero di
ricostruire la Ka’bah e affidarono a Muhammad (S.a.s.) il compito di collocarvi
la Pietra Nera.
Il ritiro. Muhammad (S.a.s.) amava la solitudine e la meditazione, e si recava
in ritiro spirituale in una grotta del Monte Hira’, nei pressi della Mecca. Una
notte, nel suo quarantesimo anno d’età, in quello che sarà poi il mese di
Ramadan, tradizionalmente dedicato al digiuno e al ritiro, mentre era solo nella
grotta, Muhammad (S.a.s.) vide un Angelo in forma umana, che (secondo alcune
fonti) gli ingiunse di leggere. Spaventato, Muhammad (S.a.s.) fuggì dalla grotta.
Raccontò l’accaduto alla moglie, che corse a riferire tutto al cugino Waraqah,
un hanif (credente monoteista) grande conoscitore delle antiche scritture.
Questi annunciò alla donna che il marito era il Profeta premesso. A questa
seguirono altre conferme, direttamente dal Cielo sotto forma di rivelazioni.
Incoraggiato dalla moglie, Muhammad (S.a.s.) cominciò a narrare dell’Angelo e
delle Rivelazioni a coloro che gli erano più vicini e più cari. I primi ad
accettare le regole della nuova religione, dopo Khadijah, furono il cugino ‘Ali,
il figlio adottivo Zayd, e l’amico fidato del Profeta, Abu Bakr, un uomo amato e
rispettato, poiché era di grande cultura, gentile e piacevole. Per suo tramite
molti aderirono alla nuova religione, e anch’egli, come Khadijah, non esitò a
dedicare tutte le sue ricchezze alla causa dell’Islam. Il gruppo dei credenti,
uomini e donne, cresceva sempre più, anche se nessun invito ad aderire alla
nuova religione era stato fatto pubblicamente.
Nei primi tempi dell’Islam i compagni del Profeta andavano sempre in gruppo a
pregare, senza essere visti, nelle vallate vicino alla Mecca. Accadde che alcuni
idolatri li sorprendessero in preghiera e brutalmente li coprissero di insulti.
I musulmani decisero di non far uso della violenza, finché Dio avesse deciso
altrimenti.
Quando Muhammad (S.a.s.) proclamò apertamente la nuova religione, i Quraysh
parvero disposti a tollerarla. Ma quando si resero conto che essa si
contrapponeva ai loro dei, alla loro tradizione e ai loro principi, temettero
per la loro attività commerciale e si appellarono ad Abu Talib perché ponesse
freno alle attività del nipote. Ma le pressioni dei Quraysh non ebbero alcun
esito. I Quraysh si limitarono allora a una persecuzione capillare contro i
credenti che non godevano di protezioni.
Persecuzioni. La conversione di ‘Umar non dissuase lo zio Abu Jahl dal
perseguitare i musulmani. Venne stilato un documento in cui i Quraysh si
impegnavano a non sposare donne del clan di Hashim, né a dare le proprie figlie
in matrimonio a uomini hashimiti, né a vendere o comperare nulla da loro. Circa
quaranta capi quraysh posero il loro sigillo su questo accordo, anche se alcuni
di loro furono costretti a farlo e il documento fu depositato all’interno della
Ka’bah. Il bando contro i musulmani restò in vigore per due anni senza produrre
gli effetti desiderati. Infine venne ufficialmente revocato per iniziativa di
alcuni capi che non lo avevano mai condiviso.
Le origini della comunità. Il numero dei credenti aumentava continuamente,
malgrado la crescente ostilità dei meccani nei loro confronti. Accadde anche che
il Profeta venisse aggredito ed insultato apertamente dal maggiore nemico
dell'Islam, Abu-l-Hakam, rinominato poi Abu Jahl, "padre dell'ignoranza". Il
Profeta non reagì, ma si limitò ad alzarsi per fare rientro a casa. Hamza, uno
zio del Profeta, venuto a conoscenza dell’accaduto, si recò prontamente alla
moschea, dove era seduto Abu Jahl con alcuni Quraysh, e lo colpì sulle spalle
con l’arco, con tutta la sua forza. Questi non reagì, per evitare il peggio:
anche perché Hamza dichiarò davanti a tutti la sua adesione all’Islam. Questa
nuova vittoria di Muhammad (S.a.s.) allarmò i Quraysh: la figura di Hamza,
grande guerriero, dava all’Islam forza e protezione. Dopo questo episodio, i
Quraysh ritennero necessario trovare un immediata soluzione per porre fine ad un
processo che stava portando alla rovina il loro prestigio tra gli Arabi e
minacciava i loro interessi. Uno di loro si recò dal Profeta, che era seduto da
solo vicino alla Ka’bah, per trattare con lui; ma Muhammad (S.a.s.), oltre a
restare fermo nelle sue posizioni anche davanti a offerte allettanti, continuò a
rafforzare la sua comunità con fedeli sempre più influenti, come ‘Uthman, un
membro del clan umayyade degli ‘Abd Shams ricco e rispettabile, e con giovani
Quraysh, attirandosi ancor più l’ostilità dei loro genitori. Ben presto il
Profeta si rese conto che, se egli stesso era risparmiato dalle persecuzioni,
molti dei suoi seguaci ne erano vittime. Per metterli in salvo, ordinò loro di
trasferirsi in Abissinia. "E' una terra di sincerità religiosa" disse, "dove c’è
un re sotto la cui tutela nessuno soffre ingiustizia". Gli emigrati furono
accolti molto bene in quella terra e fu loro accordata piena libertà di culto.
Questo gruppo, composto da ottanta persone senza contare i bambini piccoli che
avevano portato con sé, costituì il nucleo della prima emigrazione dell’Islam.
Alla Mecca intanto, dopo un fallito tentativo di sabotare la fuga in Abissinia,
si inaspriva la persecuzione contro i musulmani rimasti. Ma accadde anche che il
nipote di Abu Jahl, ‘Umar figlio di Khattab, che era stato tra i più violenti
esecutori delle istruzioni dello zio contro i fedeli musulmani, abbracciasse
l’Islam. Il suo coraggio lo spinse a pregare apertamente di fronte alla Ka’bah
esortando i musulmani a pregare con lui.
Nell’anno 619 morì, a sessantacinque anni, Khadijah. La morte dello zio Abu
Talib giunse poco dopo quella della moglie, gravando di dolore l’animo del
Profeta e indebolendo la sua posizione. Nello stesso anno egli sposò Sawdah,
quasi trentenne, anche lei vedova. Alcuni mesi dopo la bella e giovane figlia di
Abu Bakr, ‘A’ishah, venne promessa a Muhammad (S.a.s.).
Aws e Khazraj. A Yathrib le due tribù, sempre in contrasto tra loro, cercavano
alleanze con alcune le tribù ebraiche che vivevano nell’oasi. I rapporti, però,
erano di reciproca diffidenza, dovuta al fatto che gli ebrei, monoteisti, non
avevano simpatia per gli Arabi politeisti. Quando gli Arabi udirono che alla
Mecca c era un uomo che si proclamava Profeta, le loro ricerche di alleanza si
volsero in quella direzione. Una delegazione inviata dai capi degli Aws si recò
alla Mecca per chiedere aiuto ai Quraysh contro i Khazraj, ma la risposta fu
negativa. Durante l’attesa, il Profeta volle offrire loro qualcosa di meglio di
ciò per cui erano venuti: recitò una parte del Corano. Ma essi erano restii a
convertirsi. In seguito ebbe luogo il quarto conflitto tra le due tribù.
Nel 620, durante il pellegrinaggio, ad ‘Aqabah, una località vicina a Mina in
direzione della Mecca, avvenne l’incontro con sei uomini di Yathrib della tribù
di Khazraj, che accettarono di adempiere alle condizioni loro imposte dall’Islam.
Nel frattempo, il quarto e più aspro conflitto tra Aws e Khazraj, avvenuto nella
città di Yathrib, non aveva avuto esiti decisivi e si era concluso con un
accordo di tregua temporanea. I sei messi della tribù Khazraj che avevano
incontrato Muhammad (S.a.s.) ad ‘Aqabah portarono il suo messaggio alla loro
gente. L’estate dell’anno 621, cinque uomini rifecero il pellegrinaggio portando
con sé altri sette uomini, due dei quali erano della tribù di Aws. I dodici
uomini stipularono con il Profeta un patto, noto come la Prima ‘Aqabah. Un anno
dopo, settantatré uomini e due donne strinsero il secondo patto col Profeta;
questo lo incoraggiò a spingere i suoi seguaci perseguitati dai Meccani a
emigrare a Yathrib. In breve tempo tutti i fedeli più vicini a Muhammad (S.a.s.)
abbandonarono La Mecca, ad eccezione di Abu Bakr e del cugino ‘Ali.
L’attentato. I Quraysh si accordarono su un piano suggerito da Abu Jahl per
uccidere il Profeta; ogni clan doveva designare un giovane fidato. Al momento
opportuno, i prescelti si sarebbero gettati su Muhammad, sferrando ciascuno un
colpo mortale. In questo modo, il sangue del Profeta sarebbe ricaduto su tutti i
clan. I giovani scelti per eseguire il piano si riunirono presso la sua porta
dopo il calar della notte. Ma il Profeta e il cugino ‘Ali si accorsero della
loro presenza; Muhammad diede allora ad ‘Ali il mantello verde con cui era
solito dormire, chiedendogli di giacere sul suo letto avvolto nel mantello, per
ingannare gli assalitori. Protetto dal velo della notte e dall’intervento divino,
il Profeta uscì dalla casa, si recò da Abu Bakr e fuggì con lui verso Yathrib.
Hijrah, l’emigrazione. Il progetto di un attentato alla vita di Muhammad (S.a.s.)
da parte dei Quraysh, costrinse il Profeta e Abu Bakr a fuggire. Dopo non pochi
rischi e difficoltà, raggiunsero l’oasi di Yathrib il 27 settembre del 622.
Muhammad (S.a.s.) fu accolto con grande entusiasmo, e subito ordinò di
acquistare un cortile e di trasformarlo in moschea. Ai musulmani di Medina il
Profeta dette il titolo di Ansar, ovvero "ausiliari", mentre ai musulmani
qurayshiti e delle altre tribù emigrate nell’oasi attribuì quello di Muhajirun.
Le due comunità vennero rafforzate da una terza e il Profeta stipulò un accordo
di mutua collaborazione tra i suoi seguaci e gli ebrei dell’oasi, riunendoli in
un’unica comunità di credenti, in cui erano rispettate le differenze tra le due
religioni.
In breve l’Islam si stabilì nell’oasi, che presto cambiò nome e divenne al-Madina
al-Munawuarah, "la città illuminata". Quando fu completata la costruzione della
Moschea, il Profeta fece aggiungere lungo la parte orientale due piccole
abitazioni. Muhammad (S.a.s.) andò a vivere con le figlie e Sawdah nella nuova
casa e dopo breve tempo furono celebrate le nozze con la giovane ‘A’ishah.
In quel tempo era prevalente l’aspetto giuridico della Rivelazione, che
prescriveva il digiuno e l’elemosina e stabiliva in generale ciò che era
proibito e ciò che era permesso. Una rivelazione scesa non molto tempo dopo
l’arrivo del Profeta a Medina, legata allo sviluppo degli eventi, concesse
all’Islam il permesso di combattere. A questo punto la guerra contro i
politeisti della Mecca era inevitabile. Un fallito attacco a una carovana
meccana scatenò la prima battaglia tra musulmani e politeisti. I motivi del
conflitto erano molti. Tra questi, la vendetta originata dalla confisca dei beni
degli Emigrati da parte dei Meccani e le ormai pressanti necessità economiche,
conseguenti alla crescita della comunità, il cui mantenimento era a carico degli
Ausiliari. Il Profeta marciò con un gruppo armato di Emigrati e Ausiliari di
circa trecento uomini. Raggiunse Badr, una località a ovest della strada
costiera che va dalla Siria alla Mecca, sperando di sorprendere la carovana di
Abu Sufyan, capo clan degli Umayyadi, alleato dei Quraysh. Ma questi si accorse
della manovra e mise in salvo i suoi. I Quraysh, intanto, uscirono in armi per
soccorrere la carovana. Il 17 marzo dell’anno 623 i Quraysh affrontarono i
musulmani con un armata di mille uomini. Fu una battaglia durissima, nella quale
i Quraysh persero alcuni tra i migliori cavalieri e capi dei clan, e si
ritirarono alla Mecca in disfatta. In seguito, ci furono altri due scontri tra
musulmani e Quraysh. In un primo tempo questi ultimi ebbero la meglio nel 625,
ma fallirono l’attacco decisivo contro Medina nel 627.
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Durante i due anni che seguirono
la battaglia di Badr, i Meccani risentirono molto delle conseguenze della
perdita delle strade carovaniere lungo il Mar Rosso. L’attacco a una ricca
carovana meccana diretta in Iraq, che causò la perdita di consistenti quantità
di merci, rappresentò un grave danno per i Quraysh e li indusse a intensificare
i preparativi di guerra, già in atto fin dalla disfatta di Badr. Lo scontro
avvenne a ‘Uhud, una località a nord di Medina. Fu un grande massacro, una
disfatta per i musulmani, con la perdita di parenti e compagni del Profeta. Ma
questo duro colpo non indusse la comunità a rinunciare alla sfida. Nel 627 i
Quraysh decisero di sferrare un attacco decisivo contro Medina. Durante
l’assedio, detto "del fossato", la tribù ebraica dei Qurayza prese le parti dei
Meccani, rompendo il patto di alleanza stretto con il Profeta. Questo atto fu
all’origine di un duro scontro tra musulmani ed ebrei, che ebbe gravi
conseguenze per questi ultimi.
L’anno seguente il Profeta decise di recarsi con i suoi fedeli in pellegrinaggio
alla Mecca. Appena seppero della avvenuta partenza dei pellegrini da Medina, i
Quraysh, convocarono un consiglio nell’Assemblea. Nonostante fosse già
cominciato il mese sacro, mandarono duecento cavalieri a sbarrare il passo ai
pellegrini. Questi però riuscirono a cambiare percorso in tempo, raggiungendo il
passo che porta a Hudaybiyah, una pianura al di sotto della Mecca, ai confini
del territorio sacro. Per risolvere la difficile situazione i Quraysh inviarono
Suhayl ibn-Amin, noto per astuzia e abilità, a trattare con il Profeta.
L’incontro si concluse con un trattato che stabiliva un armistizio per dieci
anni; inoltre, in quell’anno Muhammad (S.a.s.) e i suoi fedeli non sarebbero
entrati alla Mecca contro il volere dei Meccani e in loro presenza. Il trattato
stabiliva anche che chiunque desiderasse essere legato al patto con il Profeta
era libero di farlo. Fu infine deciso che l’anno successivo i politeisti si
sarebbero allontanati dalla città per tre giorni, per consentire al Profeta e ai
suoi compagni di compiere il pellegrinaggio. L’anno successivo, in base al
trattato con i Quraysh, quasi duemila fedeli compirono il rito del
pellegrinaggio nella città completamente vuota, mentre gli abitanti assistevano
all’avvenimento dalle alture circostanti.
Poco tempo dopo, intorno all’anno 630, un’incursione notturna compiuta da una
tribù alleata dei Quraysh contro una tribù alleata del Profeta provocò un morto.
Muhammad (S.a.s.) considerò questo incidente come una rottura dell’armistizio.
Non potendo rimanere indifferente alla richiesta di aiuto della tribù alleata,
iniziò i preparativi per una campagna contro i Quraysh. L’armata era la più
grande che fosse mai partita da Medina e contava quasi diecimila uomini. Quando
l’ordine d'attacco fu impartito l’armata, divisa sotto quattro comandi, entrò
nella città della Mecca da quattro direzioni diverse. L’entrata vittoriosa del
Profeta nella sua città natale fu celebrata solennemente: egli si fece portare
prima verso la Ka’bah, quindi al pozzo di Zamzam per bere. Ritornò poi alla
Ka’bah e ordinò di distruggere tutti i dipinti e gli idoli presenti all’interno
dell’edificio.
Dopo la vittoria, il Profeta ritornò a Medina e iniziò a ricevere molte
delegazioni da ogni parte dell’Arabia. Tra queste ci furono anche delegazioni di
ebrei e cristiani provenienti dallo Yemen e da Najran. Il Profeta sottolineò gli
obblighi dell’Islam, imponendo di accogliere con benevolenza i messi incaricati
di riscuotere le tasse cui musulmani, cristiani ed ebrei erano soggetti, e
affermò che tutti avrebbero avuto la protezione di Dio e dello Stato islamico
per se stessi, i propri beni e le proprie chiese.
L’anno successivo, il Profeta uscì da Medina alla testa di oltre trentamila
uomini e donne per compiere il pellegrinaggio. In questa occasione stabilì
definitivamente il rito secondo le antiche regole abramiche e pronunciò un
sermone che finiva con la domanda:
"O uomini, vi ho trasmesso fedelmente il mio messaggio?". Alla risposta
affermativa, alzò l’indice verso il cielo e disse: "O Dio, sii testimone!".
Rientrato a Medina , il Profeta affrontò nuovi pericoli, anche se meno rilevanti
per l'Islam, rappresentati da alcuni impostori che si proclamavano profeti.
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Un giorno, mentre Muhammad
(S.a.s.) si accingeva a recarsi alla Moschea, la testa cominciò a dolergli come
mai prima. Il giorno dopo, l’8 giugno 632, usci per recarsi alla moschea. La
preghiera era già iniziata; Abu Bakr, che la guidava, volle cedergli il posto,
ma lui gli fece cenno di continuare dicendo: "Guida la preghiera!". Tornato
nell’appartamento di ‘A’ishah, si distese sul suo giaciglio con la testa sul
petto della moglie. Ella lo sentì pronunciare le ultime parole: "O Dio, con la
Compagnia suprema in Paradiso". La testa si fece più pesante sul petto della
donna. ‘A’ishah adagiò la testa del Profeta su un cuscino e prese a piangere con
le altre mogli.
Abu Bakr. Al momento della morte del Profeta, Abu Bakr si trovava fuori città.
Rientrato a Medina, prese in mano la situazione con lucidità e fermezza. Il suo
discorso nella moschea scosse profondamente i fedeli. Dopo aver reso lode a Dio,
disse con fermezza:
"O gente, per chi voleva adorare Muhammad, invero Muhammad è morto; per chi
voleva adorare Dio, invero Dio è Vivente e non muore"
Ai musulmani si presentò il problema di stabilire il successore. Abu Bakr era
stato il compagno più vicino al Profeta e aveva guidato la preghiera quando
questi era in vita. ’Umar, davanti ai musulmani riuniti, prese allora la mano di
Abu Bakr e gli giurò fedeltà, seguito da tutti i presenti. Grande fu il dolore
di tutta la città di Medina e tutti gli abitanti si recarono, a gruppi, a
rendere l’ultimo saluto al Profeta.