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Una norma giuridica (fatwa)
pubblicato da
Shaykh Hisham Kabbani,
presidente del Islamic Supreme Council of America
Shaykh Seraj Hendricks,
Mufti, Cape Town,
Sud Africa
Shaykh Ahmad Hendricks,
Cape Town,
Sud Africa
Jihad – Un concetto islamico mal interpretato
Preambolo
Non si può sottolineare abbastanza che l’Islam sostiene i valori della ragione, dell’equilibrio e della responsabilità nella condotta dei suoi affari terreni. Non c’è nulla di arbitrario nei provvedimenti legali relativi alle questioni della guerra e della pace, alle relazioni internazionali e all’autorità della legge. In questo campo c’è un notevole accordo tra la legge islamica e i sistemi legali attualmente in vigore nel mondo. Oltre alla reale possibilità che questi sistemi legali siano stati profondamente influenzati dal retaggio legale dell’Islam, questa unanimità può essere spiegata col fatto che la protezione e l’appoggio dei fondamentali diritti umani formano la spina dorsale della legislazione islamica.
Attraverso l’istituzione delle Nazioni Unite, la comunità internazionale ha concordato un insieme di diritti umani e di interessi che l’Islam ha sempre sostenuto. Ciò non dovrebbe sorprendere nessuno, se si riconoscono il fondamentale realismo, la razionalità e il pragmatismo della legge islamica.
Tuttavia, i critici insistono sulla natura apertamente ostile e intollerante dell’Islam e dei musulmani nei confronti di comunità diverse dalla propria. Queste persone si riferiscono ai versetti del Corano che esortano i credenti a combattere gli infedeli, puntano il dito contro le battaglie agli inizi dell’Islam e il confronto finale tra i crociati e i Saraceni, o Mori, ed ora si rivolgono anche contro l’attuale stereotipo del “terrorista” arabo.
È da notare come molti orientalisti potrebbero obiettare a questa caratterizzazione delle loro opinioni sull’argomento. In realtà, molti di loro concordano con posizioni meno estreme. Recentemente il mondo della cultura ha completamente abbandonato il vocabolario carico di emotività del primo orientalismo. Rimane comunque vero che l’Islam è ancora dipinto come minaccioso, fanatico, violento ed alieno da gran parte dei mass media mondiali.
Nel formulare una risposta a tutto questo, è essenziale concentrarsi su una definizione generale dell’Islam, così da non cadere in alcun fraintendimento sul Jihad e sul suo posto all’interno del Din. La diffusa espressione che l’Islam è “uno stile di vita” è diventata talmente trita che ne potremmo benissimo fare a meno. L’Islam viene più precisamente descritto come “la creazione del regno dei cieli sulla terra”.
Quest’ultima affermazione deve essere considerata attentamente se si vogliono evitare la moralizzazione superficiale o l’interpretazione letterale, ugualmente fuorviante, che caratterizzano molto del pensiero contemporaneo sull’Islam. Non è affatto opportuno, come esterna manifestazione di comprensione, citare semplicemente le scritture per supportare le nostre personali opinioni su un particolare argomento. E neanche basta usare i testi del Corano o del Profeta senza un’adeguata conoscenza della situazione umana e dell’ambiente culturale nei quali essi furono rivelati e messi in pratica per la prima volta, così come la precedenza di alcuni versetti su altri sulla base dell’ordine di rivelazione o abrogazione.
In altre parole, il contesto e le circostanze della rivelazione coranica e dell’Hadith sono fondamentali nell’affrontare il Jihad. È un errore giudicare l’Islam e i musulmani alla luce del tipo di “Jihad” che è caduto vittima delle tendenze ideologiche. Gli scettici devono anche diffidare dell’interpretazione di “Jihad” che viene diffusa, e talvolta imposta, dal “riformismo religioso” selettivo oggi imperante. Questi ignorano gli aspetti centrali dell’eredità culturale dell’Islam, eliminano selettivamente importanti figure e non tengono in considerazione la storia di impeccabile aderenza agli standard della legge e della giustizia negli affari di stato.
Il Jihad nella storia e nella legge
Detto questo, consideriamo ora più da vicino la natura del Jihad come appare nella storia e nella legge dell’Islam. In arabo Jihad significa “lottare per un fine”. Dunque, il diffuso presupposto che il Jihad sia il combattimento è errato. In realtà, nel suo significato tecnico, Jihad ha diverse suddivisioni, tra le quali anche le forme del Jihad armato.
Nel suo Muqaddimaat Ibn Rushd divide il Jihad in quattro tipi: “Jihad per mezzo del cuore; Jihad per mezzo della lingua; Jihad per mezzo della mano e Jihad per mezzo della spada.” Definisce il “Jihad per mezzo della lingua” come “l’elogio della buona condotta e la proibizione di quella sbagliata, come il tipo di Jihad che Allah (swt) ci ha ordinato di compiere contro gli ipocriti con queste parole, “Lotta, o nabi, contro kafiruna e ipocriti” [9:73][1]. Così il Profeta (s) lottò contro gli infedeli con la spada e contro gli ipocriti con la lingua”. Nel suo influente lavoro sul Jihad nell’Islam Ramadan Buti, uno studioso ortodosso contemporaneo proveniente dalla Siria, ha scritto: “…anche prima di intraprendere il Jihad con la spada contro gli infedeli, non c’è dubbio che il Profeta (s) invitò questi infedeli pacificamente, inoltrò proteste contro le loro credenze e lottò per sradicare i loro timori sull’Islam. Quando rifiutarono ogni altra soluzione, ma anzi dichiararono guerra contro di lui e il suo messaggio e iniziarono la lotta, non ebbe altra alternativa se non quella di lottare a sua volta”.
Una forma di Jihad, di solito trascurata nell’odierna ricerca di titoli ad effetto, è il Jihad che presenta il messaggio di Islam-da`wah. Tredici anni della missione ventitreenne del Profeta (s) consistettero unicamente in questo tipo di Jihad. Contrariamente a quanto si crede, la parola Jihad e le forme derivate dalla sua radice <jahada> vengono menzionate in molti versetti meccani in un contesto estraneo al combattimento.
Nell’uso tecnico della legge islamica il Jihad armato significa “la dichiarazione della guerra contro poteri non-musulmani belligeranti o contro gli stessi trasgressori musulmani”. Non è una decisione arbitraria che qualcuno ha preso. I principi della giurisprudenza islamica affermano che le azioni dei capi devono essere guidate dagli interessi del popolo e che gli interessi della collettività hanno in alcuni casi la precedenza sugli interessi dell’individuo.
Il Jihad e la diffusione dell’Islam
Dio dice nel Corano, “Richiama verso il sentiero del Signore, fallo con saggezza e buone maniere, tieni discussioni con essi su ciò che vi è di migliore. Il Signore conosce assai bene chi sgarra dal sentiero, conosce anche bene chi sa orientarsi verso di lui” [16:125]
Invitare le persone verso l’Islam e far loro conoscere l’Islam in tutti i suoi aspetti attraverso il dialogo e la gentile persuasione è il primo tipo di Jihad nell’Islam, contrariamente alla comune credenza che il Jihad sia soltanto nella forma armata. Ciò è riportato nel Corano nel punto in cui Allah (swt) dice: “Non prestare obbedienza ai kafiruna, anzi combattili virilmente” [25:52]. Qui la parola “combattere” <jaahidu> viene usata per significare lotta per mezzo della lingua – la preghiera e l’esortazione – e perseveranza nonostante l’ostinata resistenza di alcuni infedeli alle credenze e agli ideali dell’Islam.
Quando nel suo libro al-Minhaj Imam Nawawi definì il Jihad e le sue diverse categorie disse: “uno dei doveri collettivi della comunità come insieme (fard kifaya) è di presentare una protesta valida, di risolvere i problemi della religione, di conoscere la Legge Divina, di ordinare ciò che è giusto e di proibire una condotta sbagliata”.
La spiegazione del Jihad nel libro di Imam al-Dardir Aqarab al-Masalik è la diffusione della conoscenza della Legge Divina che raccomanda ciò che è giusto e che proibisce il male. L’autore sottolinea che non è permesso tralasciare questa categoria di Jihad e mettere in pratica la forma armata e dice: “il primo dovere (musulmano) è invitare la gente ad unirsi al gregge dell’Islam, anche se essi sono già stati esortati dal Profeta (s) in precedenza.” In modo simile, Imam Bahouti dà inizio al capitolo sul Jihad nel suo libro Kashf al-Kinaa mostrando i decreti dei doveri religiosi collettivi (kifaya) che la Nazione Musulmana deve raggiungere prima di intraprendere il Jihad armato. Questi includono la preghiera e l’educazione alla religione islamica, l’eliminazione di tutte le incertezze riguardanti questa religione e l’offerta di tutte le capacità e le qualifiche delle quali le persone potrebbero avere bisogno nei loro interessi religiosi, secolari, fisici e finanziari, poiché questi costituiscono le norme sia di questa vita, sia di quella futura. Di conseguenza, da`wah – le attività di diffusione dell’Islam e i suoi relativi campi di conoscenza – è la spina dorsale della “costruzione” del Jihad e delle sue regole; e ogni tentativo di costruire senza questa “pietra angolare” danneggerebbe il significato e la realtà del Jihad.
Rimuovere tutti i fraintendimenti e gli stereotipi per chiarire l’immagine dell’Islam che hanno i non-musulmani, costruire un rapporto di fiducia e lavorare con loro con mezzi che si accordino con il loro modo di pensare sono tutte forme primarie di Jihad. In modo simile, costruire una comunità e una nazione forte che possano venire incontro a tutte le necessità fisiche del suo popolo, creando così per loro le condizioni nelle quali il messaggio sarà ascoltato, piuttosto che perdersi nei contrasti e nelle lotte della vita quotidiana, sono requisiti basilari e formano la componente fondamentale del concetto di Jihad. Queste componenti fondamentali soddisfano il precetto coranico: “Mi auguro che scaturisca in mezzo a voi una comunità che inviti la gente al bene, che sappia imporsi nel comandare cose convenienti, e proibisca le cattive azioni. Chi ne farà parte sarà gente che ha tutto da guadagnare” [3:104]. Finché questo precetto non verrà adempiuto, le condizioni per il Jihad rimangono insoddisfatte.
Conversione forzata?
Dunque la base del Jihad è la diffusione dell’Islam (da`wah). La domanda che si fa spesso è se l’Islam approvi ed insegni la conversione forzata e armata dei non-musulmani. Questa è l’immagine che viene spesso diffusa dagli studiosi occidentali e, come affermerebbe ogni studioso musulmano, tale immagine è seriamente distorta. Il Corano dice chiaramente “Non ci sia coercizione in materia di libertà religiosa: la strada diritta è facilmente distinguibile dall’errore” [2:256] e [60:8]. In questo versetto la parola “rushd” o “strada diritta” si riferisce a tutte le sfere della vita umana, non soltanto ai riti e alla teologia dell’Islam.
Non c’è dubbio sul fatto che l’Arabia pre-islamica fosse una società mal diretta, dominata dal tribalismo e dalla cieca obbedienza alle tradizioni. Invece, la chiarezza dell’Islam e il suo accento sulla ragione e sulle prove razionali escludono ogni necessità di imporre tale religione con la forza. Questo versetto è una chiara indicazione che il Corano si oppone decisamente all’uso della costrizione nella fede religiosa. In modo simile, Allah si rivolse a Sayiddina Muhammad (s) dicendo: “Ammonisci! ché tu sei colui che ammonisce!” [88:21]. Allah si rivolge ai fedeli, spronandoli ad obbedire ai precetti dell’Islam: “Ascoltate la voce del Dio, ascoltate la voce del rasul, state guardinghi, ché se voi non vi allontanate dovrete sapere che al nostro rasul compete solamente la trasmissione del messaggio in cifra chiara” [5:92] Tuttavia, questo versetto chiarifica che il dovere del Messaggero è solo di proclamare e predicare il messaggio; sta ad ogni individuo accettarlo e seguirlo.
Le condizioni per il Jihad armato
Chi governa, l’Imam, è del tutto responsabile verso il popolo e il suo apparato legale, dei quali gli studiosi sono i più importanti rappresentanti. La posizione della legge è tale solo nel momento in cui può essere ragionevolmente provato che:
- esistono piani di aggressione contro l’Islam;
- esistono decisi sforzi per l’espulsione dei musulmani da una proprietà legalmente acquisita;
- vengono lanciate delle campagne militari per annientarli.
In queste circostanze chi governa può dichiarare ed eseguire le misure del Jihad. In al-Mughni Ibn Qudama afferma: “dichiarare il Jihad è responsabilità dell’Imam e deriva da un suo giudizio legale indipendente.” Al-Dardir dice: “proclamare il Jihad fa parte dei compiti di guida dell’Imam.” Abu Bakr Al-Jazaa’iri afferma che i pilastri del Jihad sono: ”Un intento puro e che è attuato dietro un Imam musulmano e sotto la sua bandiera e con il suo permesso. …non è permesso lottare senza un Imam.”
Allo stesso modo il leader politico di tutto il Paese ha il potere di approvare trattati di pace se questi sono compatibili con gli interessi dei musulmani. La chiamata alle armi deve essere limitata a giovani uomini in buona salute a condizione che abbiano il permesso dei genitori per andare a combattere. L’eccezione riguarda i casi in cui il nemico ha già invaso i confini di uno stato musulmano. In questo caso il Jihad spetta come dovere incondizionato ad ogni uomo abile.
I termini islamici per approvare la pace
Allah ha detto: “Entrate nella pace e non seguite le orme del shaytin” [2:208] Il Profeta (s), dopo aver edificato lo stato islamico a Medina, disse che la strada per i musulmani è una sola. Nessun gruppo può autonomamente dichiarare la guerra o la lotta, e neppure può dichiarare la pace da solo, ma l’intera nazione musulmana deve farlo. Un trattato di pace può essere stipulato dal leader delle nazioni e tutti i sudditi della nazione sono legati da questa decisione, sia che il leader sia stato nominato, sia che sia stato eletto. La decisione finale spetta a chi governa dopo essersi consultato con altri.
Se uno stato non ha un capo, allora se ne deve scegliere uno, oppure tutti gli stati e le nazioni confinanti devono riunirsi e accordarsi su un trattato con uno stato straniero. Questa procedura viene seguita sia per la pace sia per la guerra. Nessun individuo o gruppo può farsi avanti e dichiarare Jihad: questo sarebbe un falso Jihad. Tutte le nazioni musulmane e i loro leader devono riunirsi per decidere la guerra o la pace, e questa è l’unica procedura accettata.
Naturalmente, ogni comunità ha diritto alla legittima difesa e nel caso dell’Islam, dove la religione è la dimensione primaria dell’esistenza umana, la guerra di difesa diventa per una nazione un’azione religiosa. La mancata comprensione di questa caratteristica dell’Islam, il suo non-secolarismo, ha anche contribuito notevolmente al timore che quando nell’Islam si parla di guerra si intenda guerra di conversione. Questo può essere vero in altre culture, ma all’Islam si deve permettere di parlare per sé.
Al-Dardir dice al riguardo: “Il Jihad diventa un dovere quando il nemico prende [i musulmani] di sorpresa”. Il già citato Ramadan al-Buti mostra che in questo caso la lotta è un obbligo di tutta la comunità. Questo concetto si basa sul detto del Profeta (s): “Colui che viene ucciso nella difesa dei suoi possedimenti, o nella difesa di sé stesso, o per la propria religione, è un martire.”
Questo versetto cita un principio fondamentale dell’Islam riguardante i rapporti tra musulmani e non-musulmani. Ai musulmani si impone di agire in modo magnanimo e giusto nei confronti dei membri di altre fedi, eccetto in due casi. Primo, se questi privano i musulmani dei legittimi diritti terrieri; secondo, se questi intraprendono le ostilità o minacciano di farlo (al-hirabah) a causa della loro religione, con il chiaro intento di distruggere la nazione islamica nella sua interezza. In questa seconda eventualità è dovere del governante musulmano dichiarare il Jihad come azione difensiva per respingere tali attacchi.
Risulta evidente dal Corano e da altre fonti che la lotta armata contro i politeisti fu prevista dalla legge nel contesto di circostanze specifiche, dopo che il Profeta (s) fu emigrato dalla Mecca a Medina. Là egli riuscì ad ottenere un patto con le tribù ebree e arabe della città, le quali lo accettarono come guida della propria comunità. Nell’ambito di questa base di operazioni appena fondata, sotto il governo della legge divina e la guida del Profeta (s), l’Islam ottenne lo status di una nazione con il suo territorio annesso e la relativa esigenza di proteggere i propri interessi. A quel tempo venne rivelato il precetto divino che permette il Jihad, ma questo avvenne soltanto dopo i seguenti avvenimenti:
- il persistente rifiuto da parte della leadership della Mecca (poiché all’epoca il Profeta si trovava a Medina) del permesso per la pacifica diffusione dell’Islam nella città. Questa è in realtà la ragione fondamentale per il Jihad armato;
- la persecuzione continua e costante dei musulmani rimasti alla Mecca dopo che l’emigrazione del Profeta (s) a Medina ebbe innescato un’insurrezione armata contro gli interessi Qurayshite nel Hijaz;
- l’inizio, da parte degli abitanti stessi della Mecca, di campagne militari contro i musulmani di Medina con l’unico obiettivo di sradicare l’Islam;
- l’abrogazione unilaterale di accordi chiave per la sicurezza da parte di alcune tribù alleate del Profeta (s), cosa che lo costrinse in una posizione vulnerabile.
Queste condizioni per il Jihad, che includono la lotta armata, furono poi chiaramente specificate nel Corano:
“Combattete a fondo nel sentiero di Dio, combattete contro chi vi combatte, ma non eccedete, perché il Dio non vuol bene a quelli che esagerano” [2:190] e “Non combattereste voi contro gente che ha violato i giuramenti e ha voluto mandare ramingo il rasul? (la colpa è certamente loro) vi hanno attaccato per primi.” [9:13]
Ciò che emerge da questo quadro è che l’ordine di combattere fu dato in relazione a condizioni specifiche. Dunque, la dichiarazione di guerra non è affatto un’azione arbitraria. Un’ulteriore implicazione qui, come effettivamente sostiene la scuola di Hanafi, è che la guerra fu dichiarata dal Profeta (s) come capo della nazione islamica e che, di conseguenza, nessun altro può legittimamente dichiarare il Jihad a parte un governante che sia a capo di uno stato islamico. Il dovere di determinare se esistano o meno le condizioni per il Jihad e quindi di dare il giudizio appropriato si trova inequivocabilmente nelle mani della leadership politico-religiosa.
In tempi più recenti, i musulmani si impegnarono nell’attività bellica per costruire la “Pax Islamica”, la Pace Islamica. L’ordine legale e politico deve conseguire dall’imperativo divino (Qur’an, Sunnah, ecc.). Questo da solo garantisce i diritti di ogni individuo, tenendo sotto controllo tutte le oscure tendenze psichiche dell’uomo, impedendogli così di indulgere in comportamenti antisociali, dall’aggressione politica, fino all’azione criminale più comune. È per questo motivo che il Corano fa appello ai credenti perché continuino nella difesa di coloro i cui diritti e la cui libertà sono stati calpestati dalla tirannia sfrenata degli oppressori e degli eserciti conquistatori, o ai quali viene impedito di ascoltare la parola di Allah portata loro da predicatori e educatori. Allah dice: “Ma perché non volete combattere nel sentiero del Dio, proprio mentre i più deboli tra gli uomini, le femminucce e gli infanti esclamano: “Facci uscire, Signore, da quest’urbe disgraziata, piena di abitanti peccatori, facci avere da parte tua un patrono, facci avere da parte tua un protettore!” [4:75]
Non esiste alcuna prova attendibile che i musulmani abbiano mai avuto l’intenzione o abbiano tentato di imporre i riti specifici e le credenze dell’Islam. La storia di Spagna, India e dei Balcani ne sono una prova concreta.
L’idea, spesso sostenuta dai mass media, che l’Islam sia ostile nei confronti dei non-musulmani soltanto perché hanno una fede diversa è un grande malinteso. A parte le condizioni descritte sopra, non esiste alcuna valida ragione per essere ostili verso di loro, poiché il Corano afferma: “Il Dio non vi impedisce di fare la carità e di essere giusti con coloro che non vi hanno combattuto a causa della religione e che non vi hanno forzato ad abbandonar le vostre case” [60:8] Il versetto è riferito ai non-musulmani in generale.
Il Jihad tra i musulmani
Il Jihad propriamente detto, nel caso di dissensi interni, avviene soltanto quando vengono soddisfatte queste due condizioni – un Imam giusto che combatte un’insurrezione ingiustificata – e quando i musulmani lottano in aiuto dell’Imam contro le parti che arrecano danno. Nell’Islam la fedeltà e l’obbedienza ad un’autorità giusta sono obbligatorie. Si deve notare che anche le ribellioni contro l’autorità, e soprattutto contro un’autorità politica, per il solo gusto della ribellione non hanno posto nel concetto del Jihad. In quest’epoca di relativismo lo spirito della ribellione sembra aver penetrato ogni strato della società. Tuttavia, l’Islam e i suoi principi non possono essere sottomessi a queste tendenze culturali.
In alcuni gruppi “islamici” contemporanei il Jihad è stato adattato ad un concetto di rivolta di classe virtualmente marxista o socialista mirata a rovesciare l’autorità dello stato. Nell’ambiente spesso fortemente materialistico delle attuali ideologie politiche e rivoluzionarie l’Islam viene inevitabilmente ridotto a nient’altro che una filosofia sociale. Questo tipo di riduzionismo si deve semplicemente ad un colossale fraintendimento della funzione essenziale dell’Islam, cioè quella di distogliere il “viso” del ricettacolo umano dal mondo di disarmonia e illusione e di rivolgerlo verso la tranquillità e il silenzio della consapevolezza e della visione Divina. Il Jihad interiore, al quale abbiamo fatto riferimento all’inizio del saggio, gioca un ruolo chiave sotto questo aspetto.
La ribellione contro i governanti
Lo studioso Ibn Nujaym ha detto “non è permesso che ci sia più di un capo di stato (Imam) nello stesso periodo. Ci possono essere molti giudici, anche in un solo stato, ma il capo è uno.” Al-Bahjouri ha detto: “È obbligatorio obbedire al capo, anche se questi è ingiusto o inaffidabile, o anche se commette peccati o errori.” La scuola di Abu Hanifa sostiene che il capo di stato, l’Imam, non può essere espulso per corruzione (fasiq). Hudhaifa bin al-Yaman (r) narrò un hadith nel quale diceva: “Il Profeta (s) disse: ‘ci saranno dopo di me capi che non seguiranno la mia guida e non seguiranno la mia sunna, e ci saranno tra loro uomini i cui cuori sono come quelli di satana nel corpo di un essere umano.’ E io chiesi al Profeta (s), ‘Cosa dovrò fare a quel tempo se lo raggiungerò?’ Egli disse, ‘ascolta e obbedisci al governante, anche se ti sferzerà la schiena e prenderà il tuo denaro, ascoltalo e obbediscigli.”
In un’altro racconto Auf bin Malik (r) disse: “O Profeta di Allah, ordini che noi li combattiamo?” Disse: ”No, non combatteteli finché non vi distolgono dalle vostre preghiere. E se vedete in loro qualcosa che non vi piace, odiate le loro azioni, non odiate loro. E non muovete un dito per obbedienza a loro.” Bukhari e Muslim hanno narrato da Abdullah ibn al-Abbasn (r), “se qualcuno prova avversione per il proprio governante, egli deve essere paziente, poiché se agisce contro il governante in maniera rivoltosa o distruttiva, seppure di poco, e muore, egli muore in uno stato di ignoranza pre-islamica (jahiliyyah) e di peccato.”
Queste fonti provano chiaramente che chiunque vive sotto un particolare governo deve obbedire al governante e vivere pacificamente. A loro è proibito imbracciare le armi contro di lui. La rivolta o la violenza da parte di qualunque gruppo contro il governante vengono completamente rifiutate dall’Islam e sono state proibite dal Profeta (s), e saranno causa di morte sulla strada dell’ignoranza (jahiliyya). Dunque l’Islam considera la ribellione contro il governante una grande iniquità. Questi hadith affermano che si deve essere pazienti con il proprio governante, anche se si macchia di soprusi. Questi hadith si riferiscono al leader di una nazione, non al leader di un piccolo gruppo. Dunque, i gruppi che intraprendono una lotta violenta contro i propri regimi vengono proibiti nell’Islam e, di conseguenza, sono illegali e riprovevoli.
In realtà, il vero cammino verso la correzione degli errori di un governante è, secondo l’hadith, il seguente: “un Jihad esemplare si ha quando si pronuncia una parola di verità in presenza di un governante tirannico.” Si noti qui che l’hadith non fa menzione della lotta contro il governante, ma piuttosto loda colui che corregge il governante a parole. L’opposizione armata e violenta ad un regime di stato non può mai essere riconosciuta come Jihad nel nome di Allah, nonostante le pretese di molti gruppi. Sfortunatamente oggi vediamo innumerevoli individui e gruppi che etichettano i loro governanti e i loro governi come apostati o miscredenti, trovando così una scusa per dichiarare “Jihad” contro di loro, e affermando che questo avviene poiché loro non governano secondo ciò che fu rivelato al Profeta (s). Per di più, vanno anche oltre, terrorizzando e uccidendo ufficiali del governo, membri delle forze armate e dipendenti pubblici semplicemente perché sono facili bersagli. Questi gruppi si servono di un’ideologia “islamica militante” per giustificare tali azioni criminali, dichiarando che il governante, il governo e i suoi ufficiali sono criminali che si frappongono sul sentiero del “vero Islam” e che perciò devono essere eliminati. Dunque, coloro che sono innocenti di qualunque crimine ma si guadagnano da vivere e si occupano delle proprie famiglie, come gli ufficiali e gli impiegati di ministeri e dipartimenti, gli ufficiali della contea o della città e la polizia, diventano i bersagli di questi ideologi estremisti. Tali gruppi non esitano ad ucciderli in attacchi a sorpresa, terrorizzando l’intera nazione, facendo esplodere bombe qui e là e ferendo degli innocenti.
Se il governante commette un’azione sbagliata non è permesso etichettarlo come apostata, né indottrinare la gente all’uso di un atteggiamento combattivo per contrastarlo. Al tempo del Profeta (s), dopo la conquista della Mecca, un Compagno di nome Hatib ibn Abi Balta aiutò alcuni dei nemici appoggiandoli pienamente e passando loro informazioni segrete. Probabilmente nessuno oggi appoggerebbe un governante tirannico come Hatib appoggiò gli infedeli a quel tempo. Interrogato sulle sue ragioni, Hatib rispose: “O Profeta di Allah! Non affrettarti a giudicarmi. Ero un uomo strettamente legato ai Quraish ma non appartenevo a questa tribù, mentre gli altri emigrati con te avevano i propri parenti alla Mecca che avrebbero protetto i familiari e le proprietà. Dunque, volevo compensare per mancanza di legami di sangue con loro facendo loro un favore, così che loro potessero proteggere i miei familiari. Non l’ho fatto né per mancanza di fede, né per tradimento, né perché preferissi la mancanza di fede (kufr) all’Islam.” Il Profeta di Allah disse: “Hatib ti ha detto il vero.”
Vediamo qui che il Profeta (s), nonostante fosse pienamente consapevole delle azioni di Hatib, non lo considerò mai al di fuori del gregge dell’Islam, né gli inflisse alcuna punizione. A proposito di Hatib e del suo appoggio agli infedeli, Allah rivelò il seguente versetto: “Gente di fede, non abbandonatevi all’amicizia con i nemici miei e vostri: mentre voi gli darete prove di simpatia, quelli non credono affatto alla parte di verità che è giunta a voi. Scacciano il rasul, e scacciano anche voi perché credete al Dio vostro Signore.” [60:1] Nonostante il versetto rimproveri Hatib mettendolo in cattiva luce, Allah (swt) non lo trasse fuori dallo stato di fede ma continuò a rivolgersi a lui con il titolo d’onore “persona di fede”, benché egli avesse dato appoggio ai nemici dell’Islam.
Questa è una prova del fatto che anche se qualcuno appoggia un regime che non sostiene l’Islam, non si può punire questa persona, così come il Profeta (s) non inflisse punizioni a Hatib. Ci si chiede allora come possano oggi così tanti gruppi etichettare liberamente come apostati e traditori le persone che lavorano per il governo, ed emettere crudeli ordini per la loro uccisione. Probabilmente queste persone lavorano per il governo per mantenersi, oppure per costruire un ponte di fiducia per la comunità islamica per assicurare relazioni future migliori o una migliore comprensione dell’Islam. Tali azioni sono infondate nell’Islam e si basano su un’ideologia estremista, lontana anni luce dal cammino di mezzo sul quale si è sempre basata questa religione benedetta di Allah (swt).
Il Jihad interiore
L’Islam non è una religione retorica, è basata sull’unità, l’amore e le azioni razionali. Subito dopo la morte del Profeta (che la pace e la benedizione di Allah siano su di lui), l’Islam si espanse verso l’esterno dal suo fulcro originario, la Ka’aba, simbolo inesorabile della fede. Il Jihad fu la dinamica di questa espansione. Rivolto verso l’esterno, esso incarnava il potere dell’Islam contro l’errore e la falsità, mentre rivolto verso l’interno rappresentava il mezzo per il risveglio spirituale e per il superamento di sé. A questo proposito, il Profeta (che la pace e la benedizione di Allah siano su di lui) disse tornando dalla battaglia: “Ora stiamo tornando dal Jihad inferiore a quello più grande, quello contro sé stessi.” Si riferisce che il Profeta (s) abbia detto durante il Pellegrinaggio dell’Addio: “… Colui che lotta nel nome di Allah è colui che compie il Jihad contro sé stesso (jahada nafsah) per il piacere di obbedire ad Allah.”
Lo strumento del Jihad armato, la spada, fu adottato e interiorizzato dall’Islam come simbolo carismatico della guerra santa. Essa simbolizza le qualità della forza e della vigilanza, indispensabili per il viandante nella sua ricerca dell’illuminazione e della visione beatifica. Questo simbolismo ispirò profondamente gli artisti e gli artigiani musulmani. Nella calligrafia, ad esempio, si trova il motivo della spada sbalzata in oro e argento come lettera iniziale della testimonianza di fede, la shahada. Le prove storiche e la pratica attuale indicano che il simbolo spesso rappresenta una caratteristica centrale degli eventi culturali del mondo musulmano. È il caso dei danzatori popolari che fanno sfoggio di lame scintillanti mentre cantano e si muovono al ritmo della recitazione sufica.
Dice Allah nel sacro Corano: “Ma quelli che combattono con noi per la nostra causa, li guideremo sui nostri sentieri.” [29:96] In questo versetto Dio usa un derivato della radice linguistica della parola “Jihad” per descrivere coloro che meritano di essere guidati e fa dipendere tale guida dal Jihad contro i falsi desideri dell’anima. Dunque, i più vicini alla perfezione sono coloro che per amore di Dio lottano maggiormente contro gli stimoli egoistici del proprio io. Il tipo di Jihad più indispensabile è quello contro la parte più bassa dell’io, i desideri, il male e il mondo inferiore.
Il grande Sufi Al-Junayd disse: “Coloro che hanno lottato contro i desideri e si sono pentiti per amore verso Dio verranno guidati verso i sentieri della sincerità. Non si può combattere il nemico rivolgendosi verso l’esterno (cioè con la spada), ad eccezione di colui che lotta contro questi nemici rivolgendosi verso l’interno. Allora, chiunque riceva la vittoria su di loro sarà vittorioso sul proprio nemico, e chiunque venga sconfitto da loro, sarà sconfitto dal proprio nemico.”
Dhikr: il ricordo di Dio
Il Profeta, che la pace sia con lui, ha detto: “Volete che vi dica qualcosa che è la migliore di tutte le azioni, che costituisce il miglior atto di pietà agli occhi del nostro Signore, che eleva il vostro rango nell’aldilà ed ha più virtù che spendere oro e argento nel servizio di Allah o prender parte al Jihad e trucidare o essere trucidati nel sentiero di Allah?” Dissero: “Sì!” Egli disse: “Il ricordo di Dio.”
Dunque si vede che i principi del Jihad spirituale sono basati sull’eliminazione delle caratteristiche brutte, egoistiche e spietate dell’ego attraverso l’allenamento spirituale e la padronanza del dhikr, il ricordo di Dio. Questo ricordo assume molte forme: ogni scuola sufica si concentra su una diversa forma di dhikr rituale per permettere a colui che cerca di avvicinarsi alla Presenza Divina, dalla recitazione silenziosa individuale e i canti a sessioni vocali di gruppo. È questa lotta spirituale che eleva il genere umano e instilla in esso il senso del rapporto con il suo Creatore, e la giusta prospettiva nel relazionarsi con tutto il creato, sempre facendo appello all’amore tra gli esseri umani e lottando nel sentiero di Allah per una maggiore comprensione tra le varie comunità di tutte le fedi. Attraverso questo Jihad spirituale verrà rimosso dall’anima di colui che cerca l’effetto dell’io egoistico, elevandolo così da uno stato di depressione, ansia e solitudine ad uno di gioia, soddisfazione e vicinanza con l’Altissimo.
[1] Le traduzioni dei versetti coranici sono tratte da “Il Corano” (1979), traduzione di Federico Peirone, Milano: Mondadori
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