STATI UNITI
L'impossibilità di essere arabi
Angariati, maltrattati, persino uccisi. La dura vita degli islamici dopo
l'11 settembre

Arabo? Licenziato Tra gli 8 milioni di musulmani sono gli arabi i più discriminati.
Molti hanno chiesto di cambiare nome, per americanizzarlo
 
MARCO D'ERAMO
INVIATO A NEW YORK
 
«Oh tu che credi, stai saldo con Dio, come testimone di giustizia, e non
lasciare che l'odio altrui ti porti all'errore e ti allontani dalla giustizia.
Essere giusto è ciò che è più vicino alla pietà».
 
(NB: Una migliore traduzione del versetto è: "Siate testimoni davanti ad Allah secondo giustizia.
Non vi spinga all'iniquità l'odio per un certo popolo. Siate equi, l'equità è consona alla devozione.Al Maida)
 Il versetto del Corano
(sura 5) apre l'intera pagina di pubblicità apparsa l'11 settembre sui maggiori
giornali americani. La pagina è del Council on American-Islamic Relations
(Cair), e il suo contenuto mostra a contrario il disagio e la situazione
sempre più difficile degli islamici negli Stati uniti: «I musulmani d'America
ricordano i tragici eventi dell'11 settembre con un tenace senso di dolore
e, come credenti, si uniscono al resto della nazione nelle preghiere per
le vittime e le loro famiglie. Continuiamo a condannare in modo inequivoco
tutte le forme di terrorismo e sosteniamo la difesa della nostra nazione
contro chi minaccia la nostra patria, la nostra libertà e il modo di vita
democratico. Come musulmani restiamo dediti agli ideali di tolleranza, giustizia
e pace. Dio benedica l'America». Nel crepuscolo, una fanciulla in chador
tiene una candela accesa che illumina una bandiera americana, sulla copertina
speciale rapporto del Cair su «L'11 settembre un anno dopo». Certo è che
se sul tuo aereo c'è un passeggero dal nome mediorientale, sono guai, rischi
ritardi di ore per gli accertamenti. Non è facile oggi negli Stati uniti
avere un viso mediterraneo, essere giovane e parlare con accento gutturale:
il New York Times racconta la storia di Basim Alkhateb, 36 anni, maggiore
dell'esercito giordano che è venuto negli Usa per conseguire un dottorato
di ricerca in ingegneria elettronica alla Oakland University. Il 20 giugno
Alkhateb stava per dare l'esame finale quando un agente in borghese gli
ha piantato la pistola alla gola in un centro commerciale della periferia
di Oakland (California): «La sua prima domanda fu: `Sei arabo?'. Io gli
ho risposto: `Sì, sono arabo'. Allora mi ha sbattuto per terra, mi ha picchiato
sulla schiena e sulle gambe sempre con la pistola contro la mia testa. Aspettavo
che sparasse da un momento all'altro». Alla fine Alkhateb non fu arrestato
e ora vuole fare causa: «Sento che non siamo benvenuti qui, tutti ci odiano».

Molti ristoranti di cucina araba sono andati falliti dopo l'11 settembre,
disertati dai clienti cristiani. È angariato anche chi ha la carta verde
(il permesso di soggiorno permanente): da qualche tempo è obbligatorio notificare
entro 10 giorni il proprio cambiamento di residenza, ma non per tutti gli
immigrati, ma solo per quelli mediorientali. Per non parlare dei diritti
civili calpestati e delle centinaia di persone detenute per mesi e mesi
senza essere accusate di nulla, senza neanche se ne potesse sapere il nome.
Avvocato di 15 di questi detenuti è Randall, detto «Randy» Hamud, di San
Diego (California), di origine libanese, che parla anche spagnolo, ma non
arabo, e che solo quest'anno si è convertito all'islamismo, anche se non
pratica il Ramadan e non fa le cinque preghiere giornaliere col suo cappellone
e stivali da cowboy. Per tutto quest'anno Hamud ha distribuito biglietti
da visita con stampati i diritti costituzionali in inglese sul fronte e
in arabo sul retro, perché le persone imparassero che potevano tacere e
non rispondere alle domande, che potevano pretendere la presenza di un avvocato:
«Agenti andavano in giro a bussare anche di notte alle porte della gente,
stazionando sul portico, facendo pressione perché rispondessero. Premevano
perché la gente si sottoponesse al poligrafo (la macchina della verità)
senza mai dire che i test erano opzionali» ha dichiarato Hamud al Los Angeles
Times. La pressioni psicologiche esercitate da polizia, Fbi, Cia hanno fatto
sì che nell'ultimo anno siano aumentate del 10% nella comunità araba le
richieste di cure mentali, dicono ad Access (Arab Community Center for Economic
and Social Services).

Operai sono stati licenziati dalla loro fabbrica solo perché arabi. Soprattutto
nello scorso autunno molte vetrine di negozi arabi sono state infrante.
Sono stati almeno dodici gli assassinati per anti-arabismo, «odio razziale»,
come si dice qui. Uno di loro, Ali Almansoop, è stato ucciso da tal Brent
Seever che ha detto di averlo fatto perché l'arabo usci va con la sua ex
ragazza, ma anche perché «motivato da tutta quest'attività terroristica».
Uno degli uccisi era un sikh, né arabo né musulmano. Ma tant'è. Perché c'è
grande confusione intorno all'Islam e all'arabicità. Come se il corpo sociale
degli Stati uniti non avesse ancora assimilato l'islamismo come propria
componente. Basti pensare che nell'ultimo annuario statistico, quella musulmana
non è annoverata tra le religioni dichiarate, mormoni, ebrei, cattolici,
protestanti, ortodossi, ma viene inclusa nella voce «altro», anche se oggi
negli Usa ci sono più musulmani dei 6 milioni di ebrei. Negli Stati uniti
infatti vi sono ben 8 milioni di musulmani, ma solo 3 milioni di persone
di origine araba, e per di più tra questi tre milioni di arabi, solo il
23% è islamico, gli altri sono cristiani. La ragione è che tra i musulmani
vi sono 2,5 milioni di americani di razza nera, gli afro-americani, poi
vi sono le persone di origine pakistana, indonesiana e del Bangladesh. Poi
albanesi e bosniaci e turchi e immigrati dalle ex repubbliche sovietiche
a maggioranza islamica. E i numerosissimi indiani e filippini musulmani.
E poi vi sono gli africani musulmani di recente immigrazione. I neri americani
musulmani sono un problema a parte, in un certo senso molto più spinoso,
per il governo americano, perché sono cittadini a tutti gli effetti, e perché
la Nation of Islam (i Musulmani neri) controlla le prigioni.

Ma chi rischia la maggiore discriminazione sono gli immigrati mediorientali,
perché pakistani e bengalesi riescono a mimetizzarsi come indiani. La situazione
rischia ancora di peggiorare se e quando ci sarà la guerra in Iraq. E comunque
il destino di questi immigrati mediorientali è appeso all'eventualità di
un secondo attentato. Finora i pogrom anti-arabi e gli omicidi razziali
sono stati fatti isolati. Ma se ci dovesse essere un secondo attentato terroristico
l'America potrebbe cadere nell'isteria, e lo stesso potrebbe avvenire se
le relazioni tra popoli mediorientali e Stati uniti si deteriorassero a
causa della guerra in Iraq. Secondo un sondaggio condotto a maggio dall'Arab
American Institute Foundation, tra il 20 % di arabi che si sono detti discriminati,
la maggioranza era costituita da giovani islamici nati all'estero. Un altro
sondaggio condotto a fine agosto dal Cair mostra che: il 57% dei musulmani
americani ha subito discriminazioni; il 48% ritiene che la propria vita
sia cambiata in peggio nell'anno dopo gli attacchi; e la maggioranza di
quel 16% per cui la vita è migliorata, pensa che il miglioramento sia dovuto
dalla migliore conoscenza dell'Islam resa necessaria dalle domande di spiegare
la propria fede ad altri; le forme più frequenti di pregiudizio subite sono
abuso verbale (contumelie), identificazione (profiling) razziale ed etnica
e discriminazione sul luogo di lavoro. Altro dato curioso del sondaggio
è che nel 2000 il 36% degli intervistati votò per George Bush, il 13% per
Ralph Nader del Partito verde (molto forte in California dove il numero
di islamici è elevato) e solo il 9% per Al Gore. Ma devono essersene pentiti
perché oggi il 16% voterebbe democratico, il 5% i Verdi e il 3% repubblicano.

Ma il peggiore auspicio si prospetta quando molti giovani arabi cominciano
a cambiare il proprio prenome: Yussef si fa chiamare Joe e Mohammed diventa
Mike. Un fenomeno simile accadde alla fine della prima guerra mondiale quando
gli americani di origine tedesca si precipitarono all'anagrafe per cambiare
nome: Harry Feichenfeld divenne Harry Field; Otto Mayer divenne Mayor, Hans
Kaiser fu John Kern, Betta Grisheimer, chiese di chiamarsi Gresham, Bertha
Gutman si cambiò in Goodman e tutti gli Schumann persero una acca e una
n e divennero Shuman. Quando un umano è costretto a cambiare nome, letteralmente
a cambiare identità, vuol dire che i venti di guerra soffiano forte e preannunciano
tempesta.

(Questa è la prima di due puntate sull'Islam in America)
 

Dal Manifesto 17 Settembre 2002