Tra i sostenitori il premier malese Mahathir. Ma molti sono
scettici
Peso: 4,3 grammi;
diametro: 23 millimetri; materiale: oro, 20 carati. Il dinàr, o dinaro
islamico, fu introdotto già con queste caratteristiche dal califfo Omar ibn al
Khattab dopo la morte di Maometto, oltre milleduecento anni fa (o così ritiene
almeno la World Islamic Trading Organization, che ne ha rifissato le norme
tecniche in tempi moderni). Insieme al dirhàm, in argento, fu la moneta
ufficiale dell’Islam fino alla caduta del Califfato, anche se con l’andare dei
secoli altre valute lo affiancarono e lo spinsero in secondo piano. Storia
d’altri tempi, quindi, ma oggi la moneta potrebbe tornare in auge. Anzi,
secondo i progetti più ottimistici dei suoi sostenitori, sarebbe destinata a
diventare una valuta alla pari di euro e dollaro, adottata da un miliardo e
duecento milioni di musulmani ma anche utilizzata per il commercio
internazionale e le transazioni finanziarie a livello globale. Il suo
supporter più convinto, e la cosa non stupisce, è Mahathir Mohamad, il
controverso premier della Malaysia. Riavvicinatosi all’Occidente e agli Stati
Uniti dopo l’11 settembre ma pur sempre grande paladino dell’Islam (moderato),
il 76enne Mahathir ha organizzato per il 25 e 26 giugno a Kuala Lumpur un
conferenza internazionale proprio sul dinaro islamico. Ai due giorni di
incontri, che si terranno nella sede dell’Istituto per il pensiero islamico,
potente e ricco think-tank malese, sono stati invitati banchieri di istituti
centrali e privati, uomini d’affari, economisti e studiosi, politici. Molti di
loro sono spinti da motivazioni religiose e insofferenze politiche nei
confronti degli Stati Uniti e della loro moneta. Ma non solo.
L’idea di adottare il dinaro d’oro come unità di scambio tra i 54 Paesi
aderenti alla Banca di sviluppo islamico era infatti già stata sollevata da
Mahathir lo scorso anno (che aveva fatte sue teorie espresse in passato da
economisti e studiosi). Prima dell’11 settembre, quindi, ma dopo le ripetute
crisi valutarie delle economie asiatiche che hanno sottolineato la difficile
relazione tra monete locali e dollaro, a cui molte delle prime sono ancorate (tra
queste il ringgit malese, o il riyal saudita). In Medio Oriente e in Asia,
poi, la dipendenza dal biglietto verde è resa ancor più drammatica dal fatto
che molti Paesi siano grandi esportatori di materie prime quotate in dollari,
a partire dal petrolio. In dollari sono poi i prezzi di olio di palma e gomma
(di cui la Malaysia di Mahathir è un grande esportatore), tè e riso. E gli
scivoloni della valuta Usa nel 1985 e nel 1988 e quello a cui il dollaro sta
forse andando incontro oggi fanno pensare a molti economisti islamici che un
ritorno a una valuta in oro sarebbe più sicuro. Anche perché il metallo giallo
negli ultimi tempi si è invece apprezzato.
Il dinaro islamico, in realtà, esiste già: è utilizzato dal 1982 dalla Banca
islamica di sviluppo come unità di conto ed equivale a un Diritto speciale di
prelievo del Fondo monetario internazionale. A livello privato viene
utilizzato in 22 Paesi, coniato in quattro. In Dubai, è stata istituita da
qualche anno una speciale Agenzia Islamica autorizzata a gestire conti e
depositi in dinàr: per il momento gli importi che vi circolano sono abbastanza
ridotti, ma potrebbe essere solo l’inizio. O almeno molti così pensano: tra di
loro Jay Taylor, amministratore delegato del gruppo minerario americano Placer
e grande fan del dinaro islamico come conseguenza del suo sostegno all’oro e
al ritorno degli standard aurei. «Se solo una piccola percentuale dei
musulmani del mondo iniziasse ad utilizzare il dinaro d’oro al posto delle
varie monete in banconote gli effetti sul prezzo del metallo giallo sarebbero
enormi» ha infatti scritto, speranzoso, Taylor. Che poi ha aggiunto: «Certo
l’attuale sistema finanziario verrebbe minacciato dalla nuova moneta più
ancora che da armi o bombe».
I dubbi su un’effettiva e vasta adottabilità del dinaro sono però molti, anche
nel mondo islamico. Ash-Sharq Al-Awsat (Medio Oriente), prestigioso quotidiano
saudita stampato a Londra ed equivalente arabo del Financial Times , in una
recente analisi sulle prospettive del dinàr è arrivato alla conclusione che
sia «altamente improbabile» un suo utilizzo come unità di scambio nel mondo
musulmano, almeno nelle attuali circostanze. «Disparità economiche, mercati
dei capitali carenti o inesistenti, valute deboli, scarsa o nulla
liberalizzazione economica, mancanza di consenso politico e di unità tra i
Paesi islamici: tutto questo ritarderebbe seriamente un’adozione efficace del
dinaro» scriveva il quotidiano arabo. Che ricordava inoltre come altre
iniziative di Mahathir e del suo consulente economico Tan Sri Nor Mohamad
Yakcop siano state prontamente bloccate in passato dal «potente» Fondo
monetario e dall’Occidente. A metà degli anni Novanta, ad esempio, «il sistema
bilaterale di pagamenti adottato dalla Malaysia per regolare direttamente i
suoi conti con Paesi in via di sviluppo, senza passare dalle costose banche di
Londra, New York o Francoforte, doveva essere discusso in una riunione a Dehli
del G-77 (il gruppo dei Paesi in via di sviluppo), con l’obiettivo di
estendere tale sistema alternativo a livello multilaterale - scrive il
giornale -. Ma il Fondo spedì in tutta fretta una missione a Kuala Lumpur per
mettere in guardia il governo. E la proposta, con grande delusione di Yakcop,
non arrivò mai nemmeno sul tavolo del G-77».